Frasi e aforismi sul Grande Torino

Ecco una lista di frasi e aforismi sul Grande Torino.

Abbiamo preparato per voi una corposa lista di frasi sul Grande Torino, un piccolo omaggio per ricordare, o meglio.. per non dimenticare questa squadra speciale. Per Grande Torino si intende la società calcistica italiana dell’Associazione Calcio Torino nel periodo compreso tra gli anni ’40. Era una delle squadre italiane più forti e premiate, nonché colonna portante della Nazionale italiana che, inaspettatamente, ebbe un drastico risvolto nel 1949 quando, in seguito ad un incidente aereo, l’intera squadra perse la vita. La tragedia prende il nome di “tragedia di Superga” ed è un evento che scosse moltissimo tutti, il mondo del calcio in primis.

Nella lista che segue troverete delle frasi sul Grande Torino, frasi che incarnano la loro essenza, il loro essere, per sempre. Ve le presentiamo. Ecco la nostra raccolta di

Frasi e aforismi sul Grande Torino

  • Sotto la pioggia di un pomeriggio del 1949 la squadra più forte del mondo abbandonò la scena della sua storia ed entrò di schianto nella sua eternità. Erano le 17.03 del 4 maggio, quando la torre di controllo dell’aeroporto di Torino cominciò a sospettare che ci fosse qualcosa che non andava: il pilota dell’aereo che riportava a casa i giocatori del Torino non rispondeva più alla radio. Le nubi basse, inconsuete per la stagione, addormentavano la città da qualche ora, quando si udì l’esplosione.
  • Forse era troppo meravigliosa questa squadra perché invecchiasse; forse il destino voleva arrestarla nel culmine della sua bellezza.
  • Molte squadre hanno una storia, ma solo il Toro è leggenda.
  • Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede. E così i ragazzi crederanno che il Torino non è morto: è soltanto «in trasferta».
  • Ho visto il Grande Torino vincere partite già perdute e stravincere partite già vinte. Non ricordo di averlo visto mai perdere.
  • Conosco le imprese del grande Torino grazie ai racconti di mio padre, torinese e torinista. È come se fossi stato al Filadelfia: è come se avessi visto Valentino Mazzola rimboccarsi le maniche della sua maglia granata e suonare la carica; è come se fossi ancora stordito dopo la tragedia di Superga. E invece non ero ancora nato. Ma ogni anno il 4 maggio il mio pensiero va a quella squadra che giocava un calcio bellissimo e vinceva con il cuore.
  • Il “Torino”, la cui parabola ha ospitato ferite crudeli e successi epici e che il destino ha accarezzato come un fiore e trafitto come una lama saracena.
  • Quella squadra era una forza terrena, operaia, molto piemontese messa insieme in modo geniale dal presidente Ferruccio Novo.
  • Come tanti innamorati del Toro, l’altra sera ho pianto davanti al televisore. Ma non per la storia di Gigi Meroni. Per come l’avevano ridotta. La tv ha trasformato la Farfalla Granata del libro di Dalla Chiesa nell’ennesimo santino senz’anima.
  • Quando il Grande Torino attaccava e dominava, il portiere Bacigalupo si sedeva sulla linea bianca.
  • Tutti tifavano quei colori, comunque simpatizzavano per essi, tutti sapevano a memoria la filastrocca, Bacigalupo – Ballarin – Maroso – Grezar – Rigamonti – Castigliano – Menti – Loik – Gabetto – Mazzola – Ossola. Anche chi il calcio mai lo aveva seguito.
  • Nella mia fantasia Valentino Mazzola era l’eroe buono dai poteri sovraumani: mio padre mi raccontava di quella volta al Filadelfia che il Capitano aveva salvato un gol della Juve sulla linea di porta , lui aveva alzato gli occhi al cielo per il pericolo scampato e quando li aveva riabbassati sul campo il Capitano era già nell’area della Juve a fare gol.
  • Quel Grande Torino non era solo una squadra di calcio, era la voglia di vivere, di sentirsi di nuovo cittadini di una città viva e concorde che ci prendeva alla gola quando passavamo davanti alle macerie di piazza San Carlo, di fronte agli edifici sventrati.
  • Scrivo accecato da una nevicata di coriandoli granata gettati a milioni sulle tribune; i giocatori del Torino stanno correndo verso i tifosi lanciando mazzi di fiori; migliaia di bandiere ne salutano il trionfo. Poi la squadra si raduna e percorre compatta l’anello di pista portando un grande scudetto: manca Radice che ha ceduto forse a un attimo di commozione, lui il duro, e se ne è andato negli spogliatoi. Quando torna in campo i campioni gli volano incontro e se lo portano sulle spalle, mentre settantamila persone lo chiamano alla voce; dal cielo scendono intanto nove paracadutisti con fumogeni tricolori e piccoli scudetti. Torino festeggia un giorno atteso per ben ventisette anni e i novanta terribili, interminabili, angosciosi minuti del’ultima partita.
  • Erano come soldati che tornano all’accampamento i giovanotti del Torino che erano stati a battersi sul campo di Lisbona. Erano spensierati e semplici anche se si sentivano avvolti dall’ammirazione e dall’affetto della gente (…) Come soldati sono caduti, spensierati, semplici, colti a tradimento sulla soglia dell’accampamento.
  • Era un calcio diverso ma ciò che faceva grandi quegli uomini era, oltre allo strapotere tecnico e fisico, la loro forza morale: in un momento di crisi di identità come quello del Dopoguerra fu un coagulo importantissimo per gli italiani. Rappresentavano una serie di valori che il popolo aveva come dimenticato, perso per strada: la dignità, l’onore, la fierezza. La gente si riconosceva nei suoi campioni, che erano persone normali: li incontravi per strada, al bar, alcuni di loro avevano dei negozi in centro dove lavoravano.
  • Il Filadelfia. Uno stadio dove il Torino non aveva mai perduto per quasi sei anni, dove in cinque campionati le squadre ospiti erano riuscite a portare via appena otto punti. Un vecchio stadio da trentamila posti, gradinate e tribune a un metro dal terreno. Quando i granata battevano la fiacca, succedeva anche a loro, c’era un trombettiere che suonava la carica e capitan Valentino si rimboccava le maniche. Allora il Toro si scatenava, sembrava che in campo ci fosse un’invasione di maglie granata e i gol fioccavano.
  • Imprendibile, geniale e pazzesco, Meroni giocava con il 7 sulla schiena, i calzettoni abbassati, la maglia fuori dai pantaloncini, i capelli lunghi e la barba. Dipingeva quadri e disegnava vestiti, girava con una gallina al guinzaglio e si divertiva a intervistare i passanti chiedendo loro cosa ne pensavano di Gigi Meroni, sicuro che in quella società non ancora rintronata dalle televisioni difficilmente lo avrebbero riconosciuto.
  • Quando nell’estate del 1967 stava per passare alla Juventus i tifosi del Torino scesero in piazza a protestare, e gli operai della Fiat con il cuore granata cominciarono a boicottare la catena di montaggio: erano i giorni in cui veniva lanciata la nuova 128, e tutte uscivano dalla fabbrica senza dei pezzi, oppure rigate, e con un volantino sul cruscotto: “Agnelli, giù le mani dal Torino”.
  • Pulici era rapidissimo, micidiale: tanto scattante da non riuscire a volte a coordinare cervello e piedi. Aveva un fisico compatto, da centometrista nero; quando caricava il bersaglio sembrava proprio un Toro: stessa potenza, stesso ardore, stessa irriducibile aggressività. Per questo, probabilmente, era il più amato dai fans granata: sembrava il simbolo della loro bandiera.
  • Meroni era così popolare in quella Torino alla guida di una delle due auto coinvolte nell’investimento c’era un giovane tifoso del Toro che ancora oggi porta nell’anima la ferita di quella notte maledetta. Nella sua stanza (come si può vedere dalle foto pubblicate dai giornali dell’epoca) c’era il poster di Gigi. Al suo idolo in maglia granata assomigliava addirittura un po’. Si racconta perfino che qualcuno lo scambiasse davvero per Meroni. E gli chiedesse l’autografo. Per uno di quegli incroci del destino che solo dalle parti del Toro potevano accadere (il pilota dell’areo che si schiantò a Superga nel 1949, per dire, si chiamava Luigi Meroni) quel ragazzo diventerà 33 anni dopo presidente del Torino Calcio.
  • Quando nell’estate del 1967 stava per passare alla Juventus i tifosi del Torino scesero in piazza a protestare, e gli operai della Fiat con il cuore granata cominciarono a boicottare la catena di montaggio: erano i giorni in cui veniva lanciata la nuova 128, e tutte uscivano dalla fabbrica senza dei pezzi, oppure rigate, e con un volantino sul cruscotto: “Agnelli, giù le mani dal Torino”.

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